« Je ne trempe pas ma plume dans un encrier, mais dans la vie. » Rapportée à la peinture, bien entendu, cette déclaration de Blaise Cendrars Serge Fiorio aurait tout aussi bien pu la faire sienne, sans aucun problème.

En effet, depuis les tout débuts de sa carrière, les multiples activités de sa vie quotidienne sont au cœur de son processus créatif.
Passant de l'une à l'autre, qu'il jardine ou coupe du bois de chauffage en forêt avec son frère, qu'il médite, solitaire, tout en croquant une pomme cueillie à son propre verger pendant la garde du troupeau de chèvres et de brebis, qu'il maçonne en équipe, quoi qu'il fasse - jusqu'au rêve, et même à l'hallucination qui soudain fond sur son regard à l'improviste, s'en empare - on en retrouve bien plus que la trace dans son travail d'artiste : la forte empreinte, puisque quasi toutes peuvent lui être, chacune à leur tour, des sujets de choix composant et formant ensuite - constellations dans le ciel de son œuvre - des thèmes aussi riches que variés qui eux-mêmes souvent se répondent encore, se marient, s'aimantent visiblement, vibrent ensemble.
Thème des bûcherons au travail qui s'accorde, par exemple, avec telle ou telle scène pastorale, et l'une d'entre elles avec telle autre, très différente de nature, d'un chantier de maçonnerie en plein air. Comme si, finalement, tout pouvait de fait être relié à tout - ou presque - en un certain monde unifié, clarifié et cohérent comme un ciel étoilé : le sien, celui de sa peinture.

Dessin_d_un_man_geAinsi, de même, depuis le premier jour où il les a vus, merveilleux en leurs rondes à la fête foraine, les chevaux de bois de son enfance ne se sont jamais plus arrêtés de tourner et les savoureux personnages du fameux carnaval de Taninges, ceux - plus énigmatiques encore à bien des égards - des bals masqués de sa jeunesse, sont devenus éternels, tout comme l'est pour lui - secret et mystérieux à point sous son pinceau à l'âge adulte - le pays de Haute-Provence où il s'installe d'enthousiasme en 47, et qu'il porte dès lors très haut en son œuvre, comme un flambeau, jusqu'à la fin, à jamais.

Avoir un regard de peintre c'est vraiment se trouver en possession - ou être possédé - d'un sacré pouvoir ! L'adjectif n'est pas trop fort, ni trop vaste, non. Musicien des couleurs et des formes servi par un grand métier agrandi sans cesse par le travail patient, l'intuition et l'expérience, ce pouvoir Serge l'a pourtant exercé le plus naturellement du monde comme toute autre de ses multiples activités sans jamais l'en dissocier afin d'en extraire à l'envi, grâce à lui, matière et motifs à peindre.
À la peinture toute sa vie il est resté fidèle car, très jeune encore, celle-ci lui fut déjà aussi vitale que l'est le pain ou l'ozone de l'air pour son corps ; j'allais même écrire - dans le cas, pourquoi ne pas user de cette image entre toutes des plus primordiales -, le sein de sa mère. L'atelier étant son dojo personnel où il pratiqua de front - non assis en tailleur mais debout, bien droit face au chevalet, zen cependant - une certaine transformation de lui-même et du monde, les deux, chez lui, allant toujours de pair.
Certes, nul ne peux d'aucune façon mesurer le chemin intérieur parcouru en un peu plus de quatre-vingt ans de peinture, mais extérieurement les œuvres produites à mesure de ce cheminement témoignent en faveur d'une grande liberté acquise et d'une parfaite indifférence aux canons classiques de la modernité.

 

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 Impromptu 1
Impromptu 2
Impromptu 3
Impromptu 4
Impromptu 5
Impromptu 6

Impromptu 7

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Traduzione a cura di Agostino Forte :

« Non intingo la mia penna nel calamaio ma nella vita. »  Applicata alla pittura, questa dichiarazione di Blaise Cendrars avrebbe potuto tranquillamente essere fatta propria da Serge Fiorio.

 

Amedeo Modigliani, Blaise Cendrars

Difatti, fin dai primissimi inizi della sua carriera, le molteplici attività della vita quotidiana sono al centro del suo processo creativo: sia che si dedichi al giardinaggio o assieme al fratello tagli della legna nel bosco, oppure sia in meditazione quando, solitario, cura il gregge di capre e pecore addentando una mela raccolta da un albero del suo giardino od anche stia facendo il muratore con altri. Nel passare dall’una all’altra, qualsiasi cosa faccia – si appropria di tutto, fosse pure un sogno o finanche la fantasia che accade improvvisa ai suoi occhi – se ne trova più di una traccia nel suo lavoro artistico: la forte impronta dei soggetti, poiché presi singolarmente quasi tutti possono essergli argomento di scelta, compongono e formano successivamente – come costellazioni nel firmamento della sua opera – dei temi tanto ricchi quanto vari i quali sovente tornano a corrispondersi, si sposano, si attraggono in modo evidente, vibrano all’unisono.
Per esempio, il tema dei boscaioli al lavoro che si accorda con questa o quella scena pastorale, e poi una tra queste con quell’altra, affatto differente per natura, di un cantiere all’aperto di muratori. Come se, di fatto, tutto potesse legarsi a tutto (o quasi) in  una sorta di mondo unificato, illuminato e armonioso come un cielo stellato: il suo mondo, quello della sua pittura.

Dessin_d_un_man_ge

E per questo motivo, fin dai primi giorni in cui li vide, meravigliosi nei loro girotondi al luna-park, i cavalli di legno della sua infanzia non si sono mai più arrestati dal girare e gli incantevoli personaggi (a ben vedere ancora più enigmatici) del famoso carnevale di Taninges – quelli dei balli in maschera della sua giovinezza – sono diventati eterni, così come per lui lo è il territorio dell’Alta Provenza, dove s’installa entusiasta nel 1947, un paesaggio, per quanto lo rivelerà il suo pennello in età adulta, in giusta misura segreto e misterioso e che, da allora e senza interruzione fino alla fine, si staglia nella sua opera come una fiaccola.

Avere lo sguardo del pittore è veramente trovarsi in possesso – o essere posseduto – da un sacro potere! L’aggettivo non è esagerato, no, non è eccessivo. Musicante dei colori e delle forme, giovandosi di un grande mestiere arricchito continuamente dal lavoro paziente, dall’intuizione e dall’esperienza, questo potere Serge l’ha però esercitato nella maniera più naturale del mondo, come qualsiasi altra delle sue molteplici attività, sempre ad esso connesso allo scopo di estrarne continuamente materia e motivi da dipingere.
È restato fedele alla pittura per tutta la vita poiché, ancora giovanissimo, essa gli fu vitale tanto quanto il pane o l’aria che respirava; avrei anche potuto scrivere – e lì, usare l’immagine tra tutte la più primordiale – il seno di sua madre. L’atelier era il dōjō* personale, il luogo dell’arte, della via, dove praticò contemporaneamente – per quanto non seduto a gambe incrociate ma in piedi, ben ritto davanti al cavalletto, comunque zen – una certa trasformazione di se stesso e del mondo, in lui andando le due cose sempre di pari passo.
Certo, nulla può in alcun modo dare la misura del cammino interiore percorso in poco più di ottant’anni di pittura, ma esteriormente le opere prodotte in funzione di questo percorso testimoniano a favore di una grande libertà acquisita e di una totale indifferenza ai classici canoni della modernità. 

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*道場

Dōjō

Dōjō,è un termine giapponese che indica il luogo dove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali. Etimologicamente significa "luogo () dove si segue la via ()". In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, perciò è a tutt'oggi diffuso nell'ambiente delle arti marziali.

Nel budō è lo spazio in cui si svolge l'allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dōjō  quale luogo dell'isolamento e della meditazione.

I dōjō erano spesso piccoli locali situati nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi dōjō che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa; abbelliti con lavori di calligrafia e oggetti artistici preparati dagli stessi allievi, essi eprimevano appieno l'atmosfera di dignità che vi regnava; talvolta su di una parete veniva posto uno scrigno, simbolo che il dōjō era dedicato ai più alti valori e alle virtù del Dō, non soltanto all'esercizio fisico. In altri dōjō si trovavano gli altari detti kamiza (sede degli Dei), riferiti non a divinità ma al ricordo di un grande maestro defunto. Il dōjō rappresenta un luogo di meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto, è il simbolo della Via dell'arte marziale.

In Occidente questo termine viene impropriamente tradotto in palestra ed inteso unicamente come spazio per l'allenamento, mentre nella cultura orientale il dōjō è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la Via, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo) e, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità. Il dōjō è la scuola del sensei (maestro): egli ne rappresenta il vertice e sue sono le direttive e le norme di buon andamento della stessa; oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, ed i senpai (allievi anziani di grado) che svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio che deve guidare gli altri praticanti; quando un sempai non si cura del proprio comportamento diventa un danno per tutta la scuola.

Nessun allievo avanzato prende dal dōjō più di quanto esso non dia a sua volta: il dōjō non è semplice spazio ma anche immagine di un atteggiamento, i dōjō della Via si differenziano in questo aspetto dai normali spazi sportivi: l'esercizio fisico può anche essere il medesimo ma è la ricerca del giusto atteggiamento che consente di progredire. L'allievo entra nel dōjō e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi la mente e concentrarsi sull'allenamento per superare i propri limiti e le proprie insicurezze, in un costante confronto con sé stesso.

Il dōjō è come una piccola società con regole ben precise che devono essere rispettate. Quando gli allievi indossano il keikogi diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata negli spogliatoi, per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprende con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona e del keikogi (che mostra solo l'emblema della scuola), al fatto di non urlare, non sporcare, non fumare, non portare orecchini o altri abbellimenti (per evitare di ferirsi o di ferire), al fatto di comportarsi educatamente sino all'acquisizione dell'etica dell'arte marziale che discende da quella arcaico-feudale dei samurai: il Bushidō o Via del guerriero.

Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto, il rispetto di se stessi e degli altri sono dettami che entrano a far parte del bagaglio culturale dell'allievo. Nel dōjō non si usa la violenza: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza mentale e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi.

Si entra e si esce dal dōjō inchinandosi: un segno di rispetto verso l'arte del ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto. Anticamente nel dōjō veniva eseguito il rito del soji (pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l'ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l'arte marziale.

[voce tratta da: https://it.wikipedia.org/wiki/Dojo]

 

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STAGE DE WENDO VERBAL à REILLANNE

pour femmes & adolescentes

 ce samedi 16 septembre (9h00-17h30)

Il reste quelques places.

Le prochain stage de Wendo Verbal sur le 04 n'aura lieu que... le samedi 3 février 2018. À moins que vous organisiez un stage pour un groupe.

Bien cordialement,
Chan & l'équipe

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UN RAPPEL

 
DANS DEUX  SEMAINES SAMEDI  !
places limitées : réservations obligatoires
 
Journée organisée par la Mairie de Reillanne
 
 ce sera le SAMEDI 30 SEPTEMBRE à REILLANNE (04)
JOURNEE BIO ENVIRONNEMENT sur le thème de L’EAU
 
François Veillerette, Générations Futures,
Emmanuel Poilane, Fondation France Libertés,
Dr Béatrice Milbert, médecin chercheur
 
sans oublier nos Acteurs plus locaux :
Mathieu Marguerie, Agri Bio
Noël Piton,  Pôle gestion de l’eau
Philippe Payraud, spectacle pour les enfants
 nous serons tous là !
 Attention
 
places limitées : inscriptions obligatoires auprès de la Mairie de Reillanne au 04.92.76.42.07
 3 € la conférence / 10 € le pass de la table ronde et des 3 conférences
 
 Déroulé de la journée: 

10 h à 12 h Table Ronde

             Mathieu Marguerie « manger bio c’est bon pour l’eau »

                               Ingénieur Agronome

                               Associations Agri bio 04 et Bio de Provence

            Noël Piton « les ressources et les usages de l’eau entre Lure et Luberon »

                               Ingénieur agronome

                               Président du SIIRF (Syndicat Intercommunal d’Irrigation de Forcalquier)

                               Responsable du pôle Gestion de l’eau / Irrigation

                               Auprès de la Chambre départementale d’Agriculture du 04

            Claire Dufour, Maire de la Commune de Reillanne

14 h  à 16 h Conférence - débat

            François Veillerette

            « Plus de pesticides dans l’eau »

                               Auteur de « Pesticides : révélations sur un scandale français »

                               Porte-parole de « Générations Futures », ex Mouvement pour les droits et le respect des générations futures

                               Président du réseau européen Pesticide Action Network (PAN Europe)

                               Site : https://www.generations-futures.fr/

 

(16 h  à 17 h pour les enfants)

            Spectacle gratuit autour de l’eau

            Pour les Enfants

            Philippe Payraud

            Association Anamorphose

17 h à 19 h Conférence - débat

            Emmanuel Poilane

            « L’eau : bien commun de l’humanité : un droit humain incontournable »

                               Directeur de France Libertés Fondation Danielle Mitterrand

                          Le droit pour tous à disposer d’une eau potable, libre et gratuite est devenu un des premiers combats de cette Fondation, ONG qui bénéficie depuis 1991 du statut consultatif auprès de l’ONU. Site : http://www.france-libertes.org/

20 h 30 soirée conférence débat    

            Dr Béatrice Milbert

            « La mémoire de l’eau »

                               Docteur en médecine et Chercheur. Collaboratrice associée aux travaux du Dr Jacques BENVENISTE (1935 -2004) qui a publié en 1998 ses travaux de recherche sur la mémoire de l’eau. Explorations qui se poursuivent grâce au Professeur Luc Montagnier dont elle soutient les travaux avec le Groupe Chronimed en tant que Vice-Présidente, et active intervenante des « water conférences »,  rendez-vous annuel de tous les chercheurs au niveau international.

Animation présentation coordination de la table ronde et des conférences : Philippe COURBON, Éducateur de santé nutritionniste, conférencier, consultant, formateur.

Cabinet IDEE

bien à vous,
Philippe COURBON
Chargé de Mission