Le billet du 26.02. 2015 est essentiellement constitué d'une longue lettre de Martel envoyée à Serge au début de la dernière guerre. Voici aujourd'hui un court texte, de Serge cette fois, sur son ami Eugène Martel. Il y en a un second que je ferai encore paraître ici, celui-là en regard de la préface (inédite) que ce dernier écrivit pour figurer sur le carton d'invitation de l'exposition Fiorio organisée par la Galerie Serguy de Cannes, en plein conflit, en 1942 - mais où ce fut finalement une présentation signée Giono qui y figura seule.

Quand, en 1954 - Martel étant alors décédé depuis déjà sept ans - Serge inaugura son atelier tout en haut sous les toits de « la maison du bas », l'ancienne forge du village achetée à Lucien Jacques et rendue habitable par les mains et la science de son frère Aldo, il installa tout de suite, tutélaire comme l'image d'un saint patron, une photo de son ami le peintre du Revest sur le rebord en bois du manteau de la petite cheminée située en face de son chevalet où elle y demeura ensuite tout le temps qu'il peignit, et jusqu'à sa mort.

Martel l'avait choisie lui-même, avec soin, et la donna un beau jour à Serge en main propre au cours de l'une de ses visites au Revest en lui disant : «Voilà, pour toi, de moi une image très fidèle. »

 

   Toujours, quand je retrouve l'image d'Eugène Martel dans ma mémoire, je pense à Clémenceau. Même silhouette ramassée, même acuité du regard. Chez Eugène Martel elle était frappante et, quand on le connaissait mieux, elle témoignait bien de sa rigueur morale.

Eugène MartelJ'ai toujours eu l'impression que cette rigueur il l'appliquait surtout à lui-même, comme pour se défendre de je ne sais quelle mystérieuse faiblesse. Parce que quand il s'agissait des autres, son indulgence et ses efforts pour les comprendre étaient illimités.

Son visage pouvait irradier bonheur et jubilation profonde quand il parlait des peintres qu'il aimait : Vincent Van Gogh, Cézanne : « Quels chics types ! » disait-il en parlant d'eux. Chardin qu'il aimait tant : « Quel très chic type ! » Cela, sans que ces mots simples et dérisoires restent prisonniers de leur banale simplicité, tant dans la ferveur avec laquelle il les exprimait il y avait chaleur et tendresse.

On ne pouvait mettre en doute la sincérité de cet homme qui s'est enfermé toute sa vie durant dans une recherche désespérée de sa propre réalité. Cette recherche, il l'a vécue seul, loin de tout et de tous dans son village de Revest-du-bion. « Je passe mon temps, m'a-t-il avoué un jour, à essayer de retrouver l'authenticité de mes œuvres de jeunesse. » Y est-il arrivé ? Il n'a jamais donné de réponse. Mais peut-être est-ce cela qui l'a fait paraître si étrange et inexplicable à tant de gens, et qui faisait dire à André Gide : « Eugène Martel me reste un mystère.»

Je lui dois une amitié inoubliable, des lettres admirables, et son visage au regard d'aigle est là sur ma cheminée, toujours à me regarder vivre, continuer mon œuvre de peintre qui a été à l'origine et la raison de notre amitié.

 

NB : Ce texte fait partie de la longue, immense, ineffable, liste de choses matérielles et immatérielles que nous devons à l'esprit perpétuellement en chasse du très regretté Pierre Martel, petit-neveu du peintre et fondateur d'Alpes de Lumière, qui, fin des années 80, avait invité Serge à écrire quelque chose sur Martel pour être publié ; ce qui fut fait en 1991, dans le numéro 107 de cette riche revue haute-provençale du même nom.

Eugène Martel.

Une lettre d'Eugène Martel

Traduction de notre ami Agostino Forte :

Il biglietto del 26 febbraio u.s. è essenzialmente costituito da una lunga lettera di Martel inviata a Serge all’inizio dell’ultima guerra. Oggi presentiamo un breve scritto di Serge sul suo amico Eugène Martel. Un secondo scritto verrà da me pubblicato sempre su queste pagine e riguarda la prefazione (inedita) scritta da Martel quale avrebbe dovuto figurare sul biglietto d’invito per l’esposizione Fiorio organizzata dalla Galleria Serguny di Cannes in pieno conflitto. Alla fine comparve solo una presentazione firmata da Giono. Era il 1942.

È invece il 1954 – Martel è scomparso oramai da sette anni – quando Serge inaugura il suo atelier nella mansarda « della casa sotto », quella che era la vecchia forgia del villaggio acquistata da Lucien Jacques e resa poi abitabile dalle mani e dalla perizia del fratello Aldo. Sulla mensola in legno della cappa del caminetto, proprio di fronte al cavalletto, Serge sistema la foto  del suo amico pittore di Revest che, sorta d’immagine tutelare quale quella di un santo patrono, resterà lì fino alla fine dei suoi giorni. L’aveva scelta lo stesso Martel che la diede a Serge nel corso di una visita di quest’ultimo a Revest con la specifica : «Toh!, eccoti un‘immagine di quel che sono. »

« Tutte le volte che mi passa per la mente l’immagine di Eugène Martel penso a Clemenceau. Stessa posa raccolta, stessa acuità dello sguardo che in Eugène Martel colpiva in particolar modo e, quando lo si conosceva meglio, dava ben conto del suo rigore morale. Ho sempre avuto l’impressione che questo rigore lo applicasse soprattutto a sé stesso come per difendersi da chissà quale misteriosa debolezza. Solo quando si trattava di altri la sua indulgenza e i suoi sforzi per comprenderli erano illimitati.

Quando parlava dei pittori che amava il suo viso poteva irradiare felicità e una profonda intima gioia. Vincent Van Gogh, Cézanne parlando di loro diceva: « Che persone a modo! »; di Chardin che amava tantissimo affermava: « Che rara eleganza! ». E senza che queste semplici e trascurabili parole restassero prigioniere della loro banale ovvietà tanto era il trasporto col quale, proferendole, esprimeva il calore e la tenerezza.

Non si poteva mettere in dubbio la sincerità di quest’uomo che dedicò tutta la sua vita nella disperata ricerca della propria realtà. Questa ricerca la visse in solitudine, lontano da tutto e da tutti nel suo villaggio di Revest-du-Bion. « Passo il mio tempo, ebbe a confessarmi un giorno, tentando di ritrovare l’autenticità delle mie opere giovanili. » Non ebbi mai modo di sapere se ci fosse riuscito. E forse fu proprio questo suo modo d’essere che lo fece apparire a molte persone come un individuo strano e inesplicabile e che portò Gide  a dire: « Per me Eugène Martel resta un mistero.»

Gli devo un’ indimenticabile amicizia, delle mirabili lettere e il suo viso dallo sguardo aquilino è là sul mio camino, sempre ad osservarmi vivere e proseguire in quella pittura che fu all’origine e la ragione della nostra amicizia. »

 

N.B.: Questo testo fa parte della lunga, immensa, ineffabile lista di cose materiali e immateriali delle quali siamo debitori allo spirito in perpetua caccia del tanto rimpianto Pierre Martel, nipotino del pittore e fondatore dell’Associazione Alpes de Lumière il quale, alla fine degli anni ’80, aveva invitato Serge a scrivere qualcosa  su Eugène Martel al fine di essere pubblicata; cosa che avvenne puntualmente nel 1991, sul N°107 della rivista che porta lo stesso nome.

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DUE PAROLE SU “ALPES DE LUMIÈRE” E PIERRE MARTEL

 

“ALPES DE LUMIÈRE”

Alpes de Lumière  è un’Associazione sorta nel 1953, riconosciuta di pubblica utilità ed interesse generale i cui obiettivi sono:

  1. Conoscere meglio e far conoscere le ricchezze del territorio.
  2. Trasmissione dei saperi e del saper fare. Sensibilizzare, formare, educare.
  3. Partecipare alla dinamica territoriale, promuovere uno sviluppo responsabile dei territori.
  4. Associare gli abitanti alla gestione del territorio, creare relazione tra i differenti protagonisti del medesimo.

IL FONDATORE

Pierre Martel, il fondatore di Alpes de Lumière, era nato nel 1923 in una modesta fattoria del Plateau d’Albion dove i suoi ascendenti lavoravano la terra da 500 anni. Fin da giovane ne trasse un sentimento di radicamento che non si smentirà mai. Figlio più piccolo di una famiglia cattolica, eredita da suo padre il cattolicesimo sociale. Promesso al sacerdozio, passò tra gli altri per il seminario di Tolosa dove sarà segnato dalla personalità di Monsignor Saliège. È nel contesto del dopoguerra e sotto il doppio segno dell’azione cattolica rurale e dell’educazione popolare che il giovane curato de Simiane-la-Rotonde (Basses-Alpes) associa il suo ministero parrocchiale alla missione di far conoscere e riconoscere la cultura e i valori del paese profondo, provato dall’esodo massiccio, e cercando di rilanciarne una potenziale dinamicità. Si può dire che egli è stato, molto più del movimento che ha fondato nel 1953, l’inventore di un territorio: « Les Alpes de Lumière ».

Pierre Martel

 Pierre Martel